La morte di Joshua richiama tutti alle nostre responsabilità

La morte di Joshua Chibueze Anyanwu racconta questo. Racconta, innanzitutto, la sua vita. La vita. Quella di un ragazzo e di un gruppo di amici che il 2 luglio, il giorno in cui Joshua è annegato nel lago di Bolsena, andavano a festeggiare un passaggio importante nella vita, appunto, di un ragazzo. La maturità, il diploma delle scuole superiori, come si diceva una volta.

Una vita che ha saputo anche farsi testimonianza. Di una speranza. “Migliori di chi?”. Incredibile il testo scritto da Joshua. Un testamento morale. Un discorso che dovrebbe essere letto scuola per scuola. E, al tempo stesso, il segno di un mondo che non solo è cambiato, ma che s’è messo con forza in movimento. Un movimento che trova nelle seconde generazioni punti di riferimento fondamentali. Non solo per la scuola, ma per il mondo del lavoro in generale. Perché essi hanno sviluppato una coscienza morale e politica. Propria. Capace inoltre di rappresentare un vero e proprio di convergenza da parte di altre realtà. E Joshua, così come il suo gruppo di amici, ne sono il testimone più importante. Per la nostra comunità. Un gruppo di persone con origini diverse ma nate o che si trovano a vivere in Italia. “Migliori di chi?”, ha detto Joshua. Il Paese di chi? Aggiungiamo noi. E la risposta, ce l’abbiamo. Il Paese è di tutti. Appartiene a tutti coloro che lo vivono. Se la parola Patria ha un senso, questo è il senso che gli va dato. Perché è il senso più profondo che ha.

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